Viviamo in un mondo dove l’immagine ha sostituito l’essere.
La reputazione è la nuova valuta, e la percezione altrui determina il nostro valore.
Non serve più la violenza fisica: basta un sussurro, un’illusione, una parola sbagliata,
e la macchina del fango si mette in moto.
Cresce da sola, si autoalimenta, diventa un mostro invisibile, potente, inarrestabile.
Il paradosso è che il problema non è solo della collettività, ma anche del singolo.
Non sempre c’è cattiveria: a volte basta superficialità, ignoranza,
la convinzione di vedere ciò che non esiste,
l’interpretazione soggettiva di un evento.
Così si distrugge la reputazione di qualcuno senza malafede,
senza riflettere, senza responsabilità.
Si cancella il raziocinio, lo spirito critico, l’onere delle prove.
Non c’è contro replica, non c’è verifica:
c’è solo il giudizio immediato, rumoroso e contagioso
che precede la condanna senza difesa, senza appello, senza replica.
Siamo diventati giudici e carnefici di ciò che osserviamo,
senza domandarci se ciò che vediamo sia vero,
se esista un’altra spiegazione.
La nostra società è un fast food sociale e reputazionale:
tutto viene consumato in fretta, digerito male,
e subito dimenticato,
lasciando dietro di sé macerie invisibili ma reali.
Ogni parola, ogni condivisione, ogni pensiero alimenta questo circo.
E ognuno di noi ne è, volente o nolente, partecipe.
Eppure, in questo circo di ombre e riflessi, resta una scelta:
possiamo continuare a essere spettatori e carnefici insieme,
oppure ricordarci che dietro ogni immagine
c’è un essere reale e vulnerabile.
Prima di giudicare,
prima di condividere,
prima di partecipare al coro,
prima di condannare al rogo,
possiamo fermarci e chiederci:
sto guardando davvero?
sto capendo correttamente ciò che accade?
sto giudicando prematuramente senza ragionare?
sto condannando senza conoscere il punto di vista dell’altro?
La responsabilità non è negli altri.
È in ciascuno di noi.